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Il vitigno BARBERA 

La Barbera è il vitigno più diffuso in Piemonte e rappresenta il 35% dei 53mila ettari di superficie coltivata a vite nella regione.  

La Storia

La prima citazione scritta legata alla Barbera risale al 1249 e si trova in un contratto d’affitto conservato presso l’archivio capitolare della città alessandrina di Casale Monferrato: il documento impegnava l’affittuario dei terreni della Chiesa a impiantare e prendersi cura «de bonis vitibus Berbexinis», e cioè delle ‘viti barbesine’, molto probabilmente viti di Barbera, già allora considerate pregiate, perché in grado di produrre vini adatti alla mensa della curia, in una città all’epoca molto importante in quanto capitale del Basso Monferrato.

La prima citazione testuale della Barbera si trova invece nel catasto di Chieri del 1514, mentre la prima descrizione esauriente del vitigno e della sua diffusione risale ai primi anni dell’Ottocento, grazie a Giorgio Gallesio, secondo cui la Barbera era coltivata soprattutto nel Monferrato nella zona a nord di Asti, verso Casale.

In seguito, il vitigno ebbe grande diffusione anche a destra del fiume Tanaro e nei primi decenni dell’Ottocento la più alta concentrazione era individuabile in quello che è stato definito ed è tutt’ora il “triangolo d’oro” della Barbera: il territorio delimitato dai fiumi Tanaro e Belbo, con i comuni di Agliano Terme, Castelnuovo Calcea, Costigliole d’Asti, Mombercelli e i paesi limitrofi fino a Nizza Monferrato a sud e Asti a nord. In questa zona si coltivava Barbera quasi totalmente in purezza, mentre altrove predominavano i vigneti in cui ai filari di Barbera si alternavano in percentuali minori viti di altre varietà, soprattutto Freisa, Grignolino e Dolcetto.

Si deve a un nobile astigiano, il marchese Filippo Asinari di San Marzano, nota personalità del Regno di Sardegna, ma anche importante produttore di vini nelle sue tenute di Costigliole d’Asti e San Marzano Oliveto, la promozione della Barbera oltre i confini piemontesi. Egli escogitò uno stratagemma per rispondere alle continue critiche mosse contro i vini astigiani, ritenuti da più parti di qualità non eccelsa perché non idonei all’invecchiamento e ai lunghi trasporti: nel 1819 organizzò una spedizione dei suoi rossi in Brasile, a Rio de Janeiro, imbarcando due botti di Nebbiolo e due di Barbera. Dopo due mesi di navigazione nell’Oceano Atlantico, il vino giunse in Brasile «non solo in ottimo stato, ma nella perfetta sua maturità e di squisitissimo gusto», scrisse il marchese. Soprattutto la Barbera «aveva una forza singolare congiunta al profumo ed al colore dei vini più vecchi e celebrati». Il segreto di questo successo era legato all’alta qualità dei vini, che il marchese Asinari produceva con tecniche molto innovative e moderne, ispirate ai canoni della vinificazione francese, molto attenta alla cura del vigneto e alla gestione dell’invecchiamento in cantina.

Il notevole successo della spedizione oltreoceano ebbe grande clamore nel mondo vinicolo astigiano e piemontese, che, forse per la prima volta, si rese conto delle potenzialità dei suoi vini. Immediatamente dopo l’evento, 55 uomini d’affari astigiani diedero vita ad una compagnia di esportazione, con l’obiettivo di introdurre la Barbera d’Asti sul mercato inglese, sfidando il Bordeaux che in Gran Bretagna era il re incontrastato del mercato dei grandi vini rossi. Non conosciamo l'esito dell’impresa, ma quello che è certo è che nel corso dell’Ottocento il prestigio della Barbera crebbe costantemente, fino ad allinearsi a quello degli altri vini nobili del Piemonte.

Nei primi decenni del Novecento, la ricostruzione dei vigneti piemontesi dopo la distruzione della filossera, ebbe come protagonista principale proprio la Barbera, un vitigno scelto spesso dagli agricoltori per rusticità, costanza di produzione, alto contenuto in zuccheri, sostanze coloranti e acidità. Va detto che, se oggi una elevata acidità fissa può essere considerata un difetto, nei tempi passati, quando l’uso corretto dell’anidride solforosa non era ancora entrato nel mondo dell’enologia, costituiva un importante fattore di conservazione del vino: lo rendeva adatto a essere venduto nei mercati e nelle osterie, dove stazionava anche un anno o più senza problemi di alterazione. Le osterie erano all’epoca le uniche rivendite di vino nelle città e quindi la preferenza degli osti per la Barbera ne favorì la grande diffusione. A lungo quindi  il nome della Barbera fu associato alle osterie e al concetto di consumo di massa, un pregiudizio che non giovò alla sua immagine.

Il vero riscatto della Barbera è avvenuto solo recentemente, negli ultimi trent’anni. Grazie a tenaci produttori come Giacomo Bologna, a brillanti enologi come Giuliano Noè e ad appassionati cantori di questo vino come Giacomo Veronelli e Mario Soldati, la Barbera ha varcato i confini d’Italia, facendosi conoscere ed apprezzare in tutto il mondo per la sua struttura e complessità e nello stesso tempo per la sua piacevolezza, eleganza e facilità di beva.

La Denominazione Barbera

L’area di produzione delimitata dal disciplinare della Barbera d’Asti si estende nelle province di Asti e di Alessandria ed è caratterizzata dalla sovrapposizione di tre denominazioni di origine che si ispirano al principio delle “denominazioni a piramide”, con al vertice le denominazioni più prestigiose perché caratterizzate da maggiori vincoli produttivi e da aree di produzione più ristrette.

La DOC di base è quella del Piemonte Barbera: estesa praticamente a tutto il Sud Piemonte, consente una resa massima di uve per ettaro di 110 quintali.

La  DOC  Barbera del Monferrato, con una resa di 100 quintali per ettaro, ha caratteristiche intermedie e si estende, oltre alla zona di produzione della Barbera d’Asti, anche al comprensorio di Ovada e ad alcuni comuni a nord di Alessandria; questa denominazione viene spesso utilizzata, soprattutto nell’Astigiano, per la produzione di una Barbera vivace, da bere giovane.

La DOC qualitativamente più importante è quella della Barbera d’Asti, la cui zona di produzione si estende a quasi tutta la provincia di Asti e ad alcuni comuni della provincia di Alessandria. La resa massima di produzione consentita è di 90 quintali per ettaro.

Sia la Barbera d’Asti che la Barbera del Monferrato possono essere prodotte nella versione Superiore, che prevede una resa per ettaro più bassa e un affinamento obbligatorio in recipienti di rovere per almeno 6 mesi.

All’interno dell’area di produzione della Barbera d’Asti sono inoltre presenti, a partire dalla vendemmia 2000, tre sottozone considerate di particolare pregio denominate: Nizza, Colli Astiani, Tinella, dove, con vincoli produttivi più rigidi (produzione massima di 70 quintali per ettaro), è possibile utilizzare il nome della sottozona a completamento della denominazione d’origine. 

Inoltre, dalla vendemmia 2008 la Barbera d’Asti, la Barbera d’Asti Superiore e la Barbera del Monferrato Superiore possono fregiarsi della Denominazione di Origine Controllata e Garantita (DOCG).